#51 - L’imperfezione che fa la differenza
Anni ’60. Ferruccio Amendola è un doppiatore di seconda fila. Poche battute, ruoli secondari.
Il problema? La voce. All’epoca, i doppiatori avevano un suono pulito, impeccabile. Amendola no. Un filo di romanesco, una scansione sporca, una pronuncia poco precisa. Bravo, sì. Ma non abbastanza “giusto” per i grandi ruoli.
Finché, nel 1969, arriva “Un uomo da marciapiede”. Dustin Hoffman è sulla cresta dell’onda dopo il successo de “Il laureato”, la produzione americana vuole una voce nuova. Il direttore di doppiaggio propone anche Amendola ma solo per amicizia. Era convinto che lo avrebbero scartato.
Ma loro lo scelgono.
Da lì, la svolta: De Niro, Pacino, Stallone, Tomas Milian. I puristi storcono il naso. Il pubblico, invece, lo adora. Perché le sue imperfezioni non erano limiti, ma sfumature che rendevano la sua voce unica e riconoscibile. Perché quella voce sporca era vera. Calda. Sincera. Non levigata fino all’innaturale. Con le sfumature giuste per rendere ogni personaggio autentico.
Amendola non era perfetto. Ma è proprio questa imperfezione che lo ha trasformato in una leggenda del doppiaggio italiano.
Ma allora, non è la perfezione a renderci memorabili.
Flexare. Significa vantarsi, ostentare ricchezza e vite apparentemente perfette.
Flexare. Sono sempre attratto dal gergo giovanile, e in questo caso significa vantarsi, ostentare ricchezza e vite apparentemente perfette. Abbiamo visto i social pieni di questi esempi. Ma oggi sempre più persone preferiscono chi si mostra per quello che è, senza filtri. Perché la perfezione crea distanza, mentre le piccole imperfezioni ci fanno sentire più vicini.
Ma sono cicli. Ahimè, presto o tardi tornerà. Del resto, questo fenomeno lo avevamo già visto ben prima dell’era digitale. Niente di nuovo sotto il sole, sono cambiati gli strumenti per mettersi in mostra.
Tralasciando completamente la credibilità di molti soggetti, il punto è che tutta questa perfezione, in realtà, crea distacco. Magari può generare un fenomeno aspirazionale, anch’io vorrei essere così, ma difficilmente genera simpatia. Per ottenere simpatia, per creare una connessione con qualcuno, c’è bisogno di immedesimazione. E l’immedesimazione non si trova nella perfezione, ma nell’umanità.
Le figure di successo, sono più piacevoli, quando mostrano piccole imperfezioni
Lo psicologo Elliot Aronson dell’Università del Minnesota condusse un esperimento con i suoi studenti. Fece loro ascoltare registrazioni di finte interviste a candidati per un concorso. In una versione, il candidato rispondeva in modo impeccabile, mostrando grande sicurezza. In un’altra, lo stesso candidato, alla fine, rovesciava una tazza di caffè.
Risultato? Gli studenti trovavano il candidato perfetto competente, sì, ma un po’ distante. Quello che aveva rovesciato il caffè, invece, oltre ad essere competente, risultava più simpatico e più vicino a loro.
Le persone trovano più affidabili e piacevoli le figure di successo quando mostrano piccole imperfezioni. Questa teoria è stata chiamata Pratfall Effect.
Attenzione, però, se il candidato fosse stato mediocre fin dall’inizio, l’errore della tazzina non lo avrebbe reso più simpatico. Anzi, avrebbe peggiorato la percezione che gli altri avevano di lui.
Che si parli di individui o di brand, ci connettiamo più facilmente con chi è autentico e onesto. Quando sentiamo la verità, anche se significa ammettere i propri limiti, ci colpisce perché rompe gli schemi del marketing e delle strategie aziendali.
Nelle relazioni personali apprezziamo chi riconosce i propri difetti, e lo stesso principio vale per il nostro rapporto con i brand. Come consumatori, tendiamo ad attribuire ai marchi caratteristiche umane. Quando un brand ammette una propria debolezza, diventa più comprensibile e vicino a noi, e inconsciamente sviluppiamo un legame con esso.
Forse troppo spesso ci ripetiamo la domanda "come posso essere migliore?”, che è legittima fino a quando non diventa un’ossessione, ma dovremmo anche chiederci "come posso essere più me stesso?"
Essere perfetti ma privi di carattere è un grande rischio per chi comunica
Essere perfetti ma privi di carattere è un grande rischio per chi comunica. Le persone si affezionano a chi è umano, e l’umanità è fatta di imperfezioni. Anche sui social, i contenuti perfetti generano distanza. Gli errori di pronuncia nei video, le immagini “sporche” sono spesso più virali di quelle studiate a tavolino.
Per essere chiari, non sto teorizzando che bisogna inserire errori volontariamente, per quello sono già bravissimo a farlo spontaneamente. Piuttosto, che bisogna essere autentici anche quando questo significa mostrare delle imperfezioni.
Tornando alle voci, avete mai ascoltato un audiolibro letto in modo completamente asettico? Io, dopo un po’, smetto di ascoltare il contenuto e mi lascio cullare dal suono delle voci.
Ecco perché, al doppiaggese, preferisco le voci vere, quelle che hanno carattere anche se imperfette.
Il doppiaggese è un termine ironico per descrivere il linguaggio dei doppiatori, quasi fosse una lingua straniera. Ma questo modo di parlare si sta estinguendo, per lasciare spazio alla naturalezza.
Se perfino il doppiaggio ha capito che la perfezione non funziona, perché cercarla nella comunicazione? Forse dovremmo smettere di inseguirla, senza successo, e iniziare a coltivare l’autenticità.
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