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#14 - Che bello il fallimento

La sconfitta è sempre stata un grande insegnamento... o almeno così ci dicono. Ma se ci pensiamo bene, non è durante la caduta che impariamo, è dopo. Quando il rumore del crollo si attenua e iniziamo a raccogliere i pezzi. Certo, sul momento tutto sembra disastroso: il progetto fallito, l'obiettivo mancato, il sogno infranto. Ma è proprio li, quando ci si trova faccia a faccia con i nostri errori, che iniziamo a comprendere. Perché, diciamocelo, non serve a nulla dare la colpa al meteo o a Saturno contro. Dobbiamo concentrarci sui nostri errori. È lì che, pezzo dopo pezzo, iniziamo a costruire qualcosa di nuovo: un insegnamento, un cambiamento, una prospettiva diversa. La sconfitta non è la fine, ma piuttosto una strana parentesi che, se la rileggi bene, ha qualche cosa da insegnarti.

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Il fallimento nelle altre culture assume forme differenti

 

Quando si parla di sconfitta, spesso si tira in ballo il Giappone, come se là tutto fosse zen. Ora, non riesco a immaginare un giapponese che festeggia dopo un fallimento, ma nella loro cultura esiste un concetto molto affascinante, il “kaizen”, che rappresenta il fallimento come un'opportunità per crescere. L'idea è che la sconfitta non è solo uno smacco, ma parte di un processo di miglioramento.

Allo stesso modo, non immagino un cinese brindare perché la parola “crisi” è composta da due caratteri, uno che significa pericolo e l'altro opportunità. Molti pensano erroneamente che in cinese per “crisi” e “opportunità” si usi lo stesso termine, ma in realtà la parola “crisi” porta con sé sia il rischio che la possibilità di trasformazione.

Anche nel mondo anglosassone, il fallimento è visto come un possibile incidente nel percorso di crescita. Si prova, si sbaglia e si impara per ripartire. Nessuno festeggia per una sconfitta, ma c'è questa accettazione che sbagliare fa parte del gioco.

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Nella cultura europea la sconfitta è qualcosa di cui vergognarsi profondamente


Nella cultura europea, e in particolare in quella italiana, la sconfitta, sia professionale che privata, viene vissuta come un'esperienza totalizzante. Qualcosa di cui vergognarsi, da nascondere. Forse è proprio questo imbarazzo che rende tutto più complicato. Il primo grande passo deve essere quello di accettare che abbiamo sbagliato. Anche se ci sono stati fattori esterni, dobbiamo essere onesti, spesso ci raccontiamo scuse per non ammettere che la colpa è nostra. È bene concentrarci sui nostri errori, imparare da essi per evitare di ripeterli. Accettando la nostra fallibilità, miglioriamo anche la nostra forza e la determinazione. Riconoscendo i nostri punti di forza e di debolezza, possiamo pianificare il nostro futuro in modo più efficace.

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Anche le piccole sconfitte quotidiane ci mettono in difficoltà 

 

Ma non sono solo i grandi momenti a metterci in difficoltà. Anche le piccole sconfitte quotidiane, quelle che ci colpiscono nei gesti di tutti i giorni, possono essere dolorose. Come quando abbiamo inserito un nuovo servizio o un prodotto, che nessuno ha comprato. O quella volta in cui abbiamo investito in un bene strumentale inadeguato o stretto rapporti commerciali con le persone sbagliate. Tutto ci dà la possibilità di imparare.

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Storie di successo che sono passate attraverso il fallimento 

 

E poi c’è l’immancabile elenco di storie di successo che sono passate attraverso il fallimento. Elon Musk, che racconta di come a causa dei suoi fallimenti, ha trascorso periodi in cui non riusciva a pagare l’affitto di casa. Steve Jobs, che è stato licenziato dalla sua stessa azienda. Walt Disney, che subì vari fallimenti imprenditoriali e fu accusato di non avere immaginazione da un giornale che poi lo licenziò. L’elenco è lungo, sembra quasi che fallire sia un passaggio obbligatorio per l’Olimpo dei numeri uno. Ma, onestamente, è un successo riuscire a rialzarsi.

Certo, magari non diventeremo tutti come Steve Jobs o Walt Disney, ma ogni volta che riusciamo a rimettere in piedi un progetto, ogni volta che troviamo la forza di riprovare, stiamo già vincendo la nostra battaglia personale.

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la sconfitta non ci definisce, è il modo in cui scegliamo di affrontarla che racconta davvero chi siamo

 

La verità è che la sconfitta fa male. È amara, frustrante, e a volte sembra insormontabile. Ma proprio lì, in quel momento di desolazione, c'è la scintilla di qualcosa di nuovo. La possibilità di ricostruire, migliorare, e trovare la forza che non sapevamo di avere. Perché alla fine, la sconfitta non ci definisce, è il modo in cui scegliamo di affrontarla che racconta davvero chi siamo. E se lo facciamo con un pizzico di autoironia, magari il percorso diventa un po' meno pesante.

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