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#16 - Sovraccarico dell'informazione e cognitivo

Nello scorso episodio abbiamo parlato di mindfulness. Essere nel presente e fare le cose con consapevolezza. Sapete, tutte quelle belle idee che renderebbero la vita più interessante, e meno stressante. Finché non ti rendi conto che sei anche tu una vittima del nostro tempo. Oggi parliamo di attenzione. La capacità di concentrarsi, di trovare soluzioni creative. Ma mentre ci provo... rispondo a un messaggio, mando una mail, controllo le notifiche... aspetta, cosa stavo dicendo? Mi sembra… Non importa, andiamo avanti. 
Il bello è che non è nemmeno colpa nostra. È proprio come funziona il sistema. Siamo così impegnati ad assorbire informazioni da ogni direzione, che alla fine... non assorbiamo proprio niente.

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Il sovraccarico cognitivo è quella condizione in cui il nostro cervello è sommerso da informazioni

 

Il sovraccarico cognitivo è quella condizione in cui il nostro cervello è sommerso da informazioni, stimoli e decisioni da prendere contemporaneamente. Per anni ci hanno detto che saper gestire questo ingorgo – il multitasking – fosse la via per la gloria nel mondo del lavoro. Una specie di superpotere moderno. Ma oggi sappiamo che sottoporre costantemente il cervello a questo stress non lo rende più produttivo. Nel migliore dei casi, facciamo tutto male; nel peggiore, rischiamo il famoso burnout, quella condizione in cui la nostra mente si ribella e si svuota completamente.
Quando siamo in sovraccarico cognitivo, la nostra capacità di prendere decisioni si riduce, mantenere la concentrazione sembra impossibile e, di conseguenza, anche la memoria ne risente.

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Abbiamo accesso a una quantità di informazioni che sarebbe stata inimmaginabile solo dieci anni fa

 

Abbiamo accesso a una quantità di informazioni che sarebbe stata inimmaginabile solo dieci anni fa. Eppure, quante di queste informazioni ci restano davvero? Quante cose ricordiamo sul serio a fine giornata? Poche. Pensandoci, è un meccanismo di autodifesa, il cervello a un certo punto dice basta.

Allora cosa fanno i creatori di contenuti? Per attirare l’attenzione aumentano il volume, sparano titoli emozionali e cercano di farci cadere nella trappola delle notizie più estreme. Ci trasformiamo in spettatori di una gara dove vince chi la spara più grossa.

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Assediato da tutto questo materiale, non ha il tempo di selezionare davvero cosa sia rilevante 

 

E qui l’ironia, faccio parte proprio di della schiera di persone che, per professione, contribuiscono al caos informativo… e lo faccio da trent’anni.

La realtà è che chi resta fregato è sempre l’utente. Assediato da tutto questo materiale, non ha il tempo di selezionare davvero cosa sia rilevante e cosa no. E se anche ci fosse il tempo, spesso mancano gli strumenti per giudicare la qualità di ciò si legge. Quante volte ci siamo ritrovati a condividere o discutere una notizia solo per scoprire, troppo tardi, che era falsa o superficiale? E quando leggete articoli su temi che conoscete bene, non vi viene da pensare “ma davvero? Questi non sanno nemmeno di cosa parlano.” E tutte le altre volte, quando si parla di cose che conosciamo meno?

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Siamo esposti a ogni tipo di voce, inclusa quella di chi, diciamolo, non avrebbe proprio nulla da dire 

 

Qui c’è un paradosso interessante. L’accesso illimitato alle informazioni avrebbe dovuto portare a una maggiore consapevolezza. Invece, siamo più confusi e disorientati che mai. Siamo esposti a ogni tipo di voce, inclusa quella di chi, diciamolo, non avrebbe proprio nulla da dire, e ci mancano gli strumenti per capire chi ascoltare e chi no. L’informazione è diventata sempre più superficiale, siamo quindi privati degli approfondimenti ed esposti alla sindrome di Dunning-Kruger, di cui ho parlato nell’episodio 8, che ci fa credere di aver capito tutto quando in realtà non abbiamo capito nulla.

In questo mondo, qual è la nostra bussola? Gli algoritmi. Sì, esatto, quelle strane formule di Google, Facebook e molti altri, che scelgono cosa dovremmo leggere, vedere e credere. E sebbene in questa occasione non ci preoccupiamo di manipolazioni più sinistre, resta il fatto che questi algoritmi ci danno solo quello che già sappiamo di amare. Insomma, un bel recinto che ci fa credere di esplorare il mondo ma in realtà ci tiene fermi lì, comodi nella nostra bolla.

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Oggi, quella magia rischia di perdersi e, con essa, anche il desiderio di andare in fondo alle cose

 

Non fraintendetemi, non sono un nostalgico che sogna i tempi andati. Io adoro le possibilità che la tecnologia ci offre. Per dire, pensate a Spotify, posso ascoltare qualsiasi brano, in qualsiasi momento. Quando facevo lo speaker in radio, per scoprire i nuovi brani, si andava nei negozi di dischi, si parlava con il proprietario, si sfogliavano le copertine. Era tutt’altro che comodo, e spesso non si trovava nulla. In fondo, quella vecchia pubblicità, che si ispirava al filosofo tedesco Lessing, aveva ragione: “l’attesa del piacere è essa stessa piacere.” Oggi, quella magia rischia di perdersi e, con essa, anche il desiderio di andare in fondo alle cose, di gustarsi davvero il percorso. Forse, quello di cui abbiamo davvero bisogno è tornare a prenderci il nostro tempo anche per l'informazione. Magari non per tutto, ma per ciò che conta davvero.

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