#58 - Il tempo ben speso
Quante volte hai sentito, o detto, la frase più usata per scrollarsi di dosso la vita? “Mi piacerebbe fare questo, ma non ho proprio il tempo.”
Classico. È la scusa ufficiale, come il “non ho la penna” della scuola elementare.
Siamo tutti bravi a dire che non abbiamo tempo. Non leggiamo perché non abbiamo tempo, non ascoltiamo musica, non dipingiamo, non scriviamo, non impariamo… perché non c’è tempo. Non facciamo praticamente nulla che somigli, anche solo da lontano, a un interesse vero. Ma poi quel tempo, magicamente, lo troviamo. Per guardare video. Per scrollare all’infinito. Per “guardare una serie” che in realtà è solo rumore di fondo, mentre rispondiamo a messaggi che non ci andava nemmeno di ricevere.
E così, ci convinciamo di essere troppo stanchi per avere degli interessi.
Ma anche il tempo passato davanti a uno schermo ci stanca. Ci illude di rilassarci, ma in realtà ci carica di dopamina, e alla fine quello che resta è solo un senso di vuoto.
E allora sì, coltivare i propri interessi diventa una forma di cura. Tipo un integratore naturale. Perché ci abitua a riempire il tempo con qualcosa che ci somiglia, che ci nutre, che ci accende.
Il che è decisamente meglio del ventisettesimo video sulle routine mattutine dei milionari.
Imparare cose nuove, lasciarsi ispirare, nutrirsi del bello, è tutto tempo ben speso
Quando penso a chi sa coltivare gli interessi, mi vengono in mente i perennial.
Non tanto come generazione, ma come gente che ha capito una cosa semplice: fare qualcosa solo perché ti piace è un lusso che dovremmo concederci più spesso.
Loro, gli interessi, non li usano per riempire i buchi del tempo. Li curano come si cura una pianta, con pazienza, attenzione e, soprattutto, costanza.
E la cosa più bella è che, quando coltivi qualcosa con passione, trovi anche altre persone che fanno lo stesso. La cura degli interessi crea un senso di appartenenza sociale. Non perché avete letto lo stesso libro, ma perché vi si è acceso lo stesso sguardo sul mondo.
Gli interessi fanno questo, tengono vivo il cervello, stimolano la curiosità, accendono il pensiero laterale. Che sia letteratura, musica, cinema o qualsiasi altra cosa, poco importa. L’importante è che ci sia qualcosa che ci accende, ci sposta, ci sorprende. Qualcosa che ci tiene contemporanei, anche quando il tempo passa.
Imparare cose nuove, lasciarsi ispirare, nutrirsi del bello, è tutto tempo ben speso.
Ma se la mia passione la trasformassi in un lavoro?
Poi, certo, arriva la domanda da un milione di dollari: “Ma se la mia passione la trasformassi in un lavoro?” Conosci quella frase che gira ovunque da anni: “Fai della tua passione il tuo lavoro e non lavorerai un solo giorno della tua vita.”
Ecco, suona benissimo. Ma è anche un po’ semplicistica.
Perché poi mi torna in mente il sociologo Domenico De Masi, che diceva più o meno così: “Pensa a ciò che ami di più fare, obbligati a farlo otto ore al giorno tutti i giorni, e finirai per non amarlo più.”
Anche questo fa pensare, perché, in molti casi, è l’obbligo a spegnere l’interesse e la passione.
C’è chi dice che le passioni devono restare passioni. Che non tutto deve diventare lavoro, performance, produttività. E forse anche questo è giusto. Una passione ha bisogno di libertà per respirare. Togliendo l’obbligo, resta solo il piacere.
Coltiviamo le passioni perché ci fanno bene
Forse non dobbiamo chiedere alle nostre passioni di sostenerci, ma di nutrirci. E coltivarle proprio per questo, perché ci fanno bene. Perché ci tengono vivi. E perché, alla fine, sono quelle cose lì a dire chi siamo veramente.
Forse, per qualcuno, trasformare un interesse in una professione è la cosa più naturale del mondo. Quindi è giusto che lo faccia.
Il punto, semmai, è un altro. Possiamo anche trasformare un interesse in un lavoro, ma dovremmo sempre coltivarne altri, che restino lontani dalla logica della professione.
Perché ci servono spazi non monetizzabili. Spazi liberi. Spazi solo nostri. Dove non conta il risultato. Dove possiamo semplicemente essere noi stessi.
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